mercoledì, febbraio 21

Antropologia del carnevale

Per fora per vicos it personata libido
Et censore carens subit omnia tecta voluptas
(Per le strade e per le piazze va il desiderio in maschera
e, privo di un censore, il piacere entra sotto ogni tetto)
G.B. Spagnuoli (Mantuanus), Fasti.
Martedì grasso. Carnevale. Salerno. Pioviggina. Meridionalità apparente, perlomeno non quella che ha fondato gli stereotipi del Bel Paese. Oggi qui - e a Napoli non voglio pensarci – la festa è strade stracolme di giovani lentigginosi che combattono una faida urbana a suon di uova, arance e limoni. Vince chi non si lascia colpire. Perde e si umilia agli occhi di tutti chi invece se ne torna a casa fradicio come un pulcino. Ma è lontana l’immagine della madre che accoglie e prepara un bagno ri (o re) -storatore. Così come sembra lontano lo spirito, il senso ultimo della festa del Carnevale. Ragionandoci sopra uova, arance e limoni, sprecati (ma lo abbiamo fatto tutti!?) per dar voce all’ identità bullesca di questi svezzati purosangue, simbolicamente già rappresentano, nel frutto, una umiliazione. Nel meridione il maiale morto, cucinato e “arreso” se ne sta al centro della tavola con un limone in bocca. Non è difficile, peraltro, riuscire a sentire tra la gente l’espressione sì proprio nu’ limone o, variante aggressiva, t’ sprem comm a nu’ limon! E così le nuove generazioni, il “futuro” d’Italia, se ne stanno lì a celebrare la propria giornata festiva dandosi coraggio e intonando – mi pare un retaggio (ed un miraggio) battagliero – inni calcistici come da vera e dura curva. Ma che diavolo è questo Carnevale, quali sono le sue origini e quali i significati simbolici legati al cibo? Andiamo per ordine.
Molti – ed io mi trovo d’accordo – fanno risalire le origini della festa all’età medievale. Ma prima ancora, ed è un dato importante, furono i riti per la fertilità della terra (tradizione precristiana – saturnali e lupercali) ad originare il tempo della festa. Alla base dunque, stanno i ritmi di nascita, vita, morte e riproduzione o, se si preferisce, resurrezione sui quali si costruisce la circolarità dell'esistenza. Il Tempo, quindi, la fa da padrone (fuori da qui diremo: sempre la fa da padrone). Il ritmo scandito dal Tempo e che organizza l’anno rurale (i repertori del folklore francese parlano di croyances calendaires) nei cicli ripetuti di Carnevale-Quaresima alla fine dell'inverno, ciclo primaverile di Pasqua e di maggio, ciclo di San Giovanni al solstizio d'estate fino all'autunno, ciclo invernale dei Dodici giorni e poi di nuovo il Carnevale, sottende tutto l’apparato festivo, prepara – fa da “terreno” – a quella che, dal Charivari fino alla danza delle corna di Abbats Brohley (Staffordshire) viene anche chiamata Festa dei pazzi. Questa ciclicità del tempo contadino fa della festa il momento collettivo, condiviso. All’interno di essa ed attraverso il rito di celebrazione, si trasferiscono le età della vita e le età della natura, i cicli del calendario. La festa è in se un momento di passaggio, mezzo attraverso il quale non solo ci si assicura l’esistenza del tempo (congiunzione tra fine e principio – ciclo) ma si distrugge, si uccide il vecchio anno per giungere alla nascita del nuovo, la nuova primavera, la conclusione del ciclo (della serie: Natura ti ringrazio per esserti nuovamente offerta). L’identità dell’uomo – dell’uomo in rapporto con il mondo – è così fondata. Ma questa identità per fondarsi nella sua dimensione collettiva ed individuale deve passare attraverso il rovesciamento delle regole dei comportamenti sociali. Giungere a nuovo ordine, concludere il ciclo, produrre identità, significa maschere e travestimenti, incoronazione del plebeo, piena autorità del folle. Ciò è egregiamente rappresentato, per quanti l’avessero visto, nella sequenza iniziale della Medea di Pasolini. Almeno una volta all’anno, almeno per un attimo, il popolo si prende burla del sovrano, gli sputa in faccia, lo deride. Lo fa per potergli essere servo tutto l’anno. Tutto accade nella dimensione festiva, momento in cui il popolo sembra impazzito. Urla, si dimena, sbraita, ride isterico, mangia eccessivamente. Martedì grasso. Si perché la dimensione mangereccia, l’abbuffata carnevalesca, rappresentano un altro momento principe per la formazione (ri-fondazione) dell’identità. E così come la famosa battaglia delle arance del Carnevale di Ivrea ha le sue origini nella lotta folle e necessaria di cui sopra, così l’eccesso di cibo imposto dal Cristianesimo indica l’inizio della privazione del periodo quaresimale. Carnem levare – Carnevale - prescrizione ecclesiastica dell'astensione dal consumo della carne.
In questo periodo si cerca di esaltare tutto cio' che in quaresima non sarà piu' possibile fare. Abbuffatevi, abbuffiamoci. Mangiare, divorare, eccedere. Durante la festa sono sospesi i normali poteri che vengono assunti da un “re del Carnevale”, solitamente un povero o un delinquente che ha piena libertà e che alla fine del periodo carnevalesco viene condannato a morte: la morte del Carnevale. Come afferma Glauco Sanga, più che di rovesciamento delle regole civili, si tratta piuttosto di sospensione. Alle maschere nere (diavoli – entità creativa) si contrappongono le bianche (angeli – ordine; trattengono, controbilanciano l’eccesso). Dell’eccesso di cibo fa parte principalmente la carne, quella di Maiale. E’ per questo che di fianco al Carnevale troviamo molte celebrazioni che riguardano il porcello. Proprio qui vicino, nei pressi di Ariano Irpino, a Vallesaccarda (Condotta Slowfood Baronia di Vico) è possibile assistere all’uccisione del maiale secondo antica usanza e giungere poi alla degustazione della prelibata germinella, razza allevata dalla Condotta e cresciuta nel territorio di Carife tra castagni e querci, con un regime alimentare regolato dalle stagioni. Ma non finisce solo nella carne questa nostra, antica, necessaria volontà di ammazzarci letteralmente di cibo (proprio per questo, anticipando, abbiamo pubblicato una ricetta leggera e depurativa come quella della zuppa di cicoria). Il cibo della festa è ricchissimo: chiacchiere, frittelle, sanguinaccio, risotto con la luganega, frappe, cenci, struffoli, cicerchiata, zeppole, lasagne, ragù con puntine di costata, friarielli, cannullilli e diavulilli, migliaccio, braciole e fegatini arrostiti, solo per citare alcune preparazioni regionali. Cibo come mezzo, cibo come strumento, cibo rituale, cibo sacrificio. In questo senso proprio il maiale – re del Carnevale – è vittima sacrificale di un rito che manca del momento di purificazione, perché la festa è festa della trasgressione, della parodia e del ribaltamento. Il maiale è propiziatorio col suo grasso e la sua carne e rappresenta il simbolo di una continuità spazio-temporale che dall’antico ciclicamente ritorna ad indicarci (illuderci) i moti e le fasi dell’esistenza, del compromesso umano al mondo, eternità sconosciuta e spaventevole. I giovani, il nostro futuro e tutti coloro i quali dilettano la propria anima chiacchierando di gastronomia e proponendo ora le proprie ricette carnevalesche, questo devono saperlo. Che il cibo è nutrimento ma anche un fatto culturale e sociale totale. Che in una festa come il Carnevale i profondi significati simbolici messi in atto fondano l’identità, che passato e presente si appartengono e che il Tempo e la sua rappresentazione sono radicati nella relazione tra uomo e natura e tra uomo e società. Che riflettere sulle cose significa poterle comprendere, poterle vivere e sopportare. Proprio come quando i nostri avi e agricoltori ringraziavano la Natura per tutto quanto essa donava. Ancora una volta.

2 Comments:

Anonymous manuela said...

Ragazzi complimenti ancora! Superlativa questa antropologia. Direi che avete ragione, la consapvolezza del mondo che viviamo passa anche attraverso uil cibo. Vi seguirò spesso.

21/2/07 4:30 PM  
Anonymous Anonimo said...

Hey, questa antropologia è stata lasciata da sola, non capisco perchè. Bravi bravi. Vale

23/2/07 1:27 PM  

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