martedì, settembre 11

Pensieri sparsi in una sera d’estate

Il vino assomiglia alla vita. Si lo so, già scritto e probabilmente l’ho anche citato. E sa di già sentito tra l’altro. Capita infatti di leggere o ascoltare qualcuno che afferma che una determinata cosa – la pittura, l’arte, che so, le piante rampicanti – assomiglia alla vita. Ma cosa c’è di più ineffabile, effimero e misterioso?
Il vino nasce e muore. Di un vino ci s’innamora, altri li si detesta e taluni ci appaiono banali. Ecco, appunto. La verità, talvolta è talmente palese, sotto gli occhi di tutti – nonostante molti si affannino a dimostrare il contrario – che affermandola la si rende banale. Quindi, scrivere di vino, significa scrivere di vita. E non c’è cosa più difficile per chi voglia cimentarsi con carta e penna. Talvolta capita che vada a rileggermi cose che ho scritto in passato per ricordarmi di un vino, o ribevendo quello stesso vino capire se sono stato capace di raccontarlo nel modo migliore. Ogni volta penso che il tempo che dedico a quest’opera potrei più saggiamente destinarlo ad altro: parole crociate o lista delle cose da fare, visto che qualcosa da fare che mi sfugge per dimenticanza c’è sempre. Scrivere di un vino che si è bevuto oggi, in una particolare situazione e con determinate persone, non ha granché senso in fin dei conti. Perché domani quel vino sarà altro, noi saremo altro, la situazione sarà completamente diversa e le persone con cui lo berremo pure.
C’è una frase di Jules Chauvet, artigiano vignaiolo francese ormai scomparso, che mi è sempre piaciuta: “Più studio il vino, più vedo che è complicato e più mi rendo conto che sono lontano dal capirlo”. Più vado avanti e più mi rendo conto che il modo migliore di comunicare il vino è berlo e condividerlo. Allo stesso modo però, so purtroppo che non avrò mai la possibilità di bere un buon bicchier di vino con la gran parte delle persone che leggono ciò che scrivo. Di conseguenza, il massimo che possa fare è essere sincero, cercando di scrivere meno fesserie possibili. Ultimamente quello che più mi diverte è bere con persone che con il vino non hanno nulla a che fare: non lo vendono, non ne scrivono, non lo degustano. Comuni mortali che nella vita si svegliano, lavorano, amano, e accompagnano ai loro pasti una sana bevuta moderata. Persone che sinceramente dicono ciò che pensano senza aver nessuna idea di guide e quant’altro, senza alcun preconcetto, senza dover dimostrare di esser fini degustatori e competenti sommelier. O altrimenti quando mi capita di bere con persone che ne capiscono (che orrenda parola, vedi Chauvet), divertirsi a spararle così come viene avendo innanzi un sacchetto nero che copre la bottiglia, senza alcuna aspettativa. Le aspettative sono uno dei maggiori problemi di un uomo. Ti privano del piacere della scoperta inaspettata, della sorpresa e della conseguente innocente meraviglia. Ed allo stesso tempo sono l’anticamera di possibili delusioni.
Una di queste sere, grazie ad un amico, sono riuscito a mettere tutte queste cose insieme. Persone competenti, sacchetti neri, amici ignari e tante bottiglie. Tra i tanti vini, tutti squisiti a modo loro, quello che più mi ha colpito è stato il Fiano di Avellino Pietramara 2003, dell’azienda vitivinicola I Favati.


Si è presentato abbigliato di una veste dorata brillante e limpida. Corteggiava il mio naso con una serie di profumi abbastanza ampi, complessi e ben delineati, che spaziavano dalla frutta bianca e gialla matura a profumi mediterranei d’erbe a note affumicate ben evidenti. Fatto un sorso son capitolato innamorandomene, ritrovando una piena corrispondenza alle premesse, alle grazie che accattivante il vino mi aveva mostrato, accompagnate da un verve minerale ed una freschezza che rendeva il sorso lungo, pulendo il palato che bramava altri incontri d’amore. A chi mi chiedeva di indovinare produttore e annata, ho subito detto Villa Diamante (e chi conosce l’amore che ho per quei vini può capire) a cavallo tra 2003 e 2004. Già, perché che fosse un 2003 lo si poteva intuire dall’opulenza della materia prima, ma la freschezza, l’acidità, e la verve minerale che rendevano il vino leggiadro e equilibrato stupivano. Forse il Fiano di Avellino, di quel torrido 2003, più buono che abbia bevuto.
Milan Kundera in un suo libro ha scritto: “Non si può mai sapere cosa si deve volere perchè si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. […] L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato”.
Il vino, scrivevo, assomiglia alla vita. Scrivere di vino è fare una fotografia. Si fissa un attimo nei propri ricordi, e se si ha talento e fortuna, per sempre. Tutto qui, niente di meno, ma soprattutto, niente di più.

I Favati, Sede: Piazza Di Donato 41 - Cesinali (AV)
Tel. 0825.666122 e 0825.666898
info@cantineifavati.it www.cantineifavati.it
Enologo: Vincenzo Mercurio; Ettari: 6 di proprietà.
Bottiglie prodotte: 50.000; Vitigni: fiano, aglianico.

Mauro Erro - Taccuino di un giovane bevitore

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mercoledì, luglio 11

Italia - Germania: atto quarto

C’è chi ricorda la serata del 18 giugno 1970, stadio Azteca: è il sesto minuto del secondo tempo supplementare, Boninsegna crossa basso da sinistra e Rivera in allungo con il piatto destro infila Maier portandoci sul 4 a 3, risultato che ci aprirà le porte della finale mondiale con il Brasile. Chi invece, ha ancora nelle orecchie l’urlo straziante di gioia di Tardelli e negli occhi l’esultanza del presidente Pertini nella finale dell’82 al Santiago Bernabeu. Altri, i più giovani soprattutto, che al sentir il commentatore urlare il nome di capitan Ca(nnn)avaro, sobbalzano dalla sedia, perché quello è l’incipit della poesia scritta a otto mani, pardon a otto piedi, il cui verso finale, lasciato a Del Piero, soavemente ci porterà alla finale di Berlino 2006. Uno scontro Italia – Germania porta inevitabilmente queste immagini alla mente. Il 5 luglio 2007, presso l’azienda vitivinicola Vadiaperti, sita in Montefredane in provincia di Avellino, si è svolto l’incontro tra i Riesling tedeschi ed i Fiano di Avellino. Intorno al campo di gioco sedevano i giudici, speriamo imparziali, Raffaele Troisi, patron dell’azienda Vadiaperti, Raffaele Del Franco, Giuseppe Presutto dell’Ais delegazione Salerno, Vittorio Guerrazzi e Gaspare Pellecchia dell’associazione Terra di vino, di quest’ultimo potete leggere il resoconto della serata a questo indirizzo – Fabio Cimmino, giornalista, selezionatore della squadra tedesca, che come ha scritto ultimamente Tommaso Farina: “apre un blog tutto suo, e non dice niente a nessuno” - euthimya.spazioblog.it - oltre il sottoscritto. Le regole del gioco, tacite, mai espresse, ma riconosciute dai presenti, prevedono che ognuno di noi abbia tutto il tempo per ascoltare ogni vino con calma e senza fretta alcuna, che sia obbligato ad esprimere la sua opinione liberamente e a parlare attraverso aneddoti, storie, esperienze personali vissute; che nessuno si azzardi a degustare, valutare e sputare il vino, perché rischierebbe la fisica rappresaglia degli altri. Il vino, va bevuto. Sbirciando sugli appunti degli altri, ringraziando dio, non mi sembra di vedere punteggi o numeri.La prima azione di gioco contrappone il Riesling kabinett trocken 2005 dell’azienda Karthäuser, (11,5%), al Fiano di Avellino 2005 dell’azienda Marsella, (14,15%). Il tedesco fa del gioco duro la sua migliore caratteristica, maschio, come ben detto da Gaspare, verticale nella sua trama, acidità e sapida mineralità le sue virtù. Ma sulla distanza, un’oretta dopo, come noterà Giuseppe Presutto, liberatosi dagli imbarazzi e dalla timidezza iniziale, si svelerà in maniera compiuta alla platea che l’osserva. Il Marselliano fiano ha dalla sua la maggiore potenza di odori e aromi di tutta la batteria, un’opulenza in grado di stordire il naso, mostra, ostentandole, le sue grazie come una donna vanitosa. Ma al palato ha un filo di alcool in eccesso e la freschezza è un pizzico in ritardo, fattore che in alcuni farà supporre un’evoluzione nel tempo di questa bottiglia non lunghissima. È di quei giocatori dotati di indiscussa classe, scarta, dribbla, salta, ma alla fine invece di buttare la palla in rete, si perde in concretezza. Narciso.È la volta del Riesling trocken 2005 dell’azienda Dr Von Bassermann-Jordan, (12%), che se la vedrà con il Fiano di Avellino 2005 dell’azienda Clelia Romano (13%). Il tedesco, contrariamente al compagno che l’ha preceduto, è femminile nel suo incedere, naso e palato si caratterizzano per la dolcezza, sembra di entrare in una pasticceria come giustamente osserva Raffaele Del Franco: un caldo tepore e una aggraziata femminilità mai stucchevole, dovuta alla acidità che in questi vini pensati per l’invecchiamento è sempre presente, alla mineralità, maggiore o minore a seconda della zona di provenienza, ma mai manchevole, ed un eccesso di solforosa che solo il tempo attenuerà. Sul “tre bicchierato” Fiano di Clelia Romano nutrivo non poche aspettative, per una bottiglia che non mi ha mai convinto rispetto ad annate precedenti per me superiori. Ma la possibilità di ricredermi non mi è stata concessa per la bottiglia sfortunata che presentava evidenti difetti al naso ed al palato. La partita entra nel suo clou. In successione i tedeschi schiereranno: il Riesling kabinett trocken 2005 dell’azienda Emrich-Schönleber, (12%), tosto, maschio come il primo, ma con una complessità maggiore, indice per me di un passo diverso che me lo fa preferire. Il Riesling trocken 2005 dell’azienda Gunderloch, (12,5%), femminile come il secondo, naso e palato molto belli, floreale, lo definirei il trequartista tedesco. Gli italiani rispondono con il Fiano vigna della Congregazione 2002 e 2003 di Antoine Gaita. Di queste bottiglie ho scritto e detto fin troppo. Due fuoriclasse. Alcuni hanno preferito l’uno, alcuni l’altro. Ed ancora, Fiano di Avellino 2006 e, intruso, “l’oriundo” della squadra italiana, il Greco di Tufo 2006, targati Vadiaperti. Prendete nota di questi due giovincelli che in futuro faranno parlare di sé. Fanciulli dalle bellissime speranze. Ma ecco la punta di diamante tedesca, Riesling trocken 1996 dell’azienda Heinrich Braun, (12%). Fabio Cimmino ha detto: “il non plus ultra del dolce non dolce.” Sottoscrivo. Standing ovation. Prima di questo hanno sgambettato senza grandi successi, il Riesling spätlese trocken 2005 dell’azienda Dr Pauly Bergweiler, (11,5%), pareva birra piuttosto che vino, e la sua versione riserva, il Riesling trocken 2004, (12,5%), sapido, ma niente di più. Gli italiani concludevano con il Fiano di Vadiaperti 1996, purtroppo andato, il Fiano More Maiorum 1995 di Mastroberardino, anch’esso finito, e l’inaspettato 1997 della versione base di quest’ultima cantina. Inaspettato non tanto per la sua qualità complessiva, è sul viale del tramonto, ma per alcuni colpi di classe che ha saputo riservare e che mai ti aspetteresti dalla versione più semplice di questa azienda destinato ad una vita da mediano.A questo punto, a briglia sciolta, le chiacchiere esulavano dal vino per finire ai più disparati argomenti: dalla politica italiana a quella mondiale, dai viaggi a Fidel, fino alle donne, in stilnovistica maniera, ovviamente. Il tutto condito da uno spaghetto di mezzanotte, tra riuscite battute, alcune sigarette, e qualche habanos. In conclusione, propendo per un sostanziale pareggio, ai punti forse, il gioco corale dei tedeschi, rispetto a quello degli italiani minato da alcune defezioni, ha la meglio. La bella serata, di quelle che io vo cercando, volgeva al suo termine. Non prima di aver stappato per brindare uno champagne di Gerard Dubois blanc de blanc, giusto per ricordarci che agli ultimi mondiali, le abbiamo sonoramente date ai cugini transalpini. Esco fuori. La notte buia, misteriosa e maliarda, come lo può essere solamente per un ragazzo di città come me, ammanta la lussureggiante campagna avellinese attorno, di cui odo lo stormire alla brezza fresca, pura e rarefatta, che mi riempie i polmoni di giusta serenità. Grazie amici, grazie di cuore.
Mauro Erro - Taccuino di un giovane bevitore

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