giovedì, dicembre 20

Mila Vuolo, Fiano Colli di Salerno IGT 2004

Ancora vino al femminile, ancora una donna del vino, quest'oggi però dopo le nostre recenti scorrazzate fiorentine si torna a casa, difatti siamo sulle colline salernitane, poco distanti dal centro cittadino. Una piccola azienda a conduzione biologica, guidata con coraggio, impegno e passione da Mila Vuolo; difatti da cinque/sei anni a questa parte Mila ha preso il controllo dei terreni di proprietà della famiglia ed i risultati non sono tardati ad arrivare, con un apprezzatissimo olio DOP Colline Salernitane.
La produzione vitivinicola invece si concentra su pochissime bottiglie di aglianico (biotipo taurasi) e fiano realizzate insieme all'enologo Guido Busatto. I lettori più affezionati magari ricorderanno che un veloce accenno l'avevo già dato qui.
Ma torniamo a noi e al vino protagonista di questo post, il fiano 2004, compagno di questi giorni a metà strada tra autunno e inverno, ideale sui funghi, sui secondi di pesce impegnativi, sulle verdure, con i ripieni, ma anche ad accompagnare pistacchi di Bronte e nocciole di Giffoni. La bottiglia si presenta davvero ben fatta, a cominciare dal tappo in sughero, passando per un leggerissimo deposito segno di profonda vitalità. Un vino vero e naturale, per dirlo alla nostra, dal colore paglierino dorato non proprio limpidissimo e un po' anticato. Conserva ancora una buona acidità e una bella eleganza; i profumi sono intensi, il gusto è morbidissimo e credo solo adesso questo fiano abbia iniziato a raggiungere quella maturità necessaria a farsi apprezzare in tutte le sue caratteristiche e potenzialità: aprirlo un anno fa sarebbe stato un peccato imperdonabile, aprirlo adesso forse lo è lo stesso dal momento che ne vorrei un'altra bottiglia per poterne bere a piccoli sorsi attorno ad uno stesso tavolo insieme a Mila, a Mauro, a Remo, a Stefano...
Credo sia raro di questi tempi trovare un vino che si lascia bere così, senza esitazioni e senza sovrastrutture, con la capacità di emozionare per la sua genuina schiettezza longiva. Bevetelo giusto una punta più fresco della temperatura ambiente, starete bene apprezzandone le evoluzioni e le sue aperture.

Azienda Agricola Mila Vuolo
località Passione - Rufoli (Sa)
Tel/Fax 089 282178
mila.vuolo@virgilio.it

Giacinto Chirichella

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giovedì, agosto 30

Scorribande d'agosto: Scario e la spiaggia dei Francesi

Conosco Remo da dieci anni.
Da circa sette o otto frequento Scario, dove lui è cresciuto d' estate e dove il mare è sembrato avergli dato la vita. Come per me Maratea, Scario è per Remo il passato tenerissimo e indelebile dell’infanzia e tutte le suggestioni profonde e interiori che un pezzo di costa come quello può suscitare.
Anche questo agosto la nostra verticale è avvenuta laggiù. Dopo esserci visti furtivamente nel periodo natalizio siamo riusciti ad incontrarci e a passare qualche giorno insieme. Avevo appena messo online il post delle “buone vacanze”, ho caricato la macchina e sono partito. Abbandonati in fretta gli orrori della Salerno-Reggio Calabria, prestissimo sono sprofondato in un soporifero viaggiare, lento e sotto i 100, cullato dal paesaggio e da poca musica in diffusione. E’ sorprendente come certi luoghi e certa aria siano in grado di generare una sensazione di benessere progressivo; sensazione che è quasi vicina agli ultimi attimi prima del prendere sonno. Scario è un piccolo paesino del Golfo di Policastro [Parco del Cilento (SA)] e, ironia della sorte, dal mare del porto, di fronte e all’orizzonte, si vede Maratea. La natura carsica delle rocce fa si che il mare sia uno dei più limpidi della zona, ricco di sorgenti d’acqua dolce. Per raggiungere le spiagge è necessario prendere una barca o i “barconi”, traghetti del mare che salpano dal mattino sino al tramonto. La vista della costa è spettacolare. Onirica e dolce. Chiunque sia legato affettivamente ad un luogo può capire quali sensazioni sto cercando di portare alla mente.
Il nostro racconto comincia qui. Di buon ora prendiamo una barca in affitto ed usciamo dal porto. Superando i barconi e cavalcando le onde arriviamo all’ultima spiaggia, quella meno affollata, quella più estrema, situata giù a picco, sotto i costoni rocciosi della Ciolandrea: la spiaggia dei Francesi.

Poco più indietro, alle spalle del bagnasciuga, coperto da una piccola radura, sta un rudere, una bicocca abitata da un pastore. Tutti i giorni, Saverio, scende a piedi dal monte giù in spiaggia. Prepara spianate di formaggi di capra, pane fresco, salumi, e a richiesta indimenticabili grigliate di carne. Tutti i prodotti, vino compreso, sono fatti da lui. Sotto un grande albero ha sistemato alcuni tavolacci di legno, illuminati, alla sera, da lampade a gas legate tra i rami. L’atmosfera è di estrema semplicità e convivialità. La bellezza è arrivare laggiù, bagnare le membra e passare qualche ora in sua compagnia, mangiando e bevendo, sentendolo suonare la fisarmonica, godendo la pace. La gente, attirata dal suono, pian piano si lascia portare, abbandona la spiaggia per venire a ballare. Sono volti tipici, bruciati dal sole; o incuriositi, delicati e gioiosi. Non nascondo che per molti è diventato un appuntamento fisso. In tanti, come in gara, prenotano grigliate o forme intere di formaggio, poi vino e lambiccato.

Saverio scruta la mia macchina fotografica. L’invadenza del mio obbiettivo gli da i nervi. Il gap è: fotografare e scrivere di un posto e di un’umanità perché se ne serbi il rispetto e il ricordo; rischiare di distruggere l’equilibrio del tutto per l’eccesso di pubblico. Ma il Maiale conosce i suoi polli. Evitando informazioni che potreste reperire ovunque, quello che qui preme è raccontare ancora una volta un’umanità e una Natura. Dalle rughe del volto di questo meraviglioso pastore, alla bontà dei suoi prodotti serviti con semplicità ma con gusto su taglieri di legno, quello che ne viene fuori è che a volte ci sono cose che non hanno prezzo. Che non possono essere commercializzate. Vendute. Saverio e la spiaggia dei Francesi non sono nessun pacchetto turistico. Se vi capitaste, abbiatene cura. Viceversa distruggereste un equilibrio fatto di gesti, di uomini, di prodotti, cose e occhi che meritano rispetto per tutto quello che danno. Dietro la vita di tutti i giorni, dietro la routine, dietro discussioni e nevrosi, ci sono momenti come questo. Tutti, prima o poi, trovano un momento simile. Un istante in cui chiudere gli occhi e provare a pensarsi. Un attimo di pace fatto di cose buone e uomini buoni. Magari un po’ burberi, ma buoni come il pane. A noi importa potervene raccontare i frammenti. E suggerire, a chi potesse, di fare un salto giù ai Francesi. Magari in settembre. Quando l’acqua sembra cristallo e Saverio è ancora lì ad aspettarvi.

Arrivati a Scario, dirigetevi verso il porto.
Prendete uno dei barconi che raggiungono le spiagge.
[costo a persona: 5,00 euro andata & ritorno]
Una volta a bordo chiedete di scendere alla spiaggia dei Francesi.
Qui chiedete di Saverio...oppure seguite la musica.

Stefano Tripodi

fotografie: Stefano Tripodi & Remo Morretta

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martedì, luglio 31

Scorribande, pensieri e appunti sparsi

In questi giorni, qui da noi, il sole in testa scotta come non mai. La calura è prepotentemente elevata e prima della partenza per le meritate ferie di agosto, ne approfittiamo per circumnavigare in lungo e in largo il nostro tanto amato territorio; il Maiale è in viaggio, un viaggio smanioso, senza sosta, senza pause, senza freno. A volte se non conservi un appunto, se non fissi sul taccuino il prezioso ricordo di certi incontri, se non lasci una traccia, in qualche modo indelebile, rischi di far volare via tutto, insieme agli altri ricordi smarriti.
Negli ultimi giorni ne son capitate di cose, ne abbiam visti di luoghi, ne abbiam incontrate persone. Questo è il nostro piccolo pensiero ed è tutto dedicato a loro. Questo è un po' il canovaccio di ciò che vi racconteremo ad agosto, questa è una nostra breve anticipazione di ciò che sarà.
Il Maiale Ubriaco è stato a Cilentana, a Villa Matarazzo (S. Maria di Castellabate, Sa) in occasione della bella festa gastronomica messa in piedi da Welcome Cilento, da Slow Food e dal Parco per la presentazione del nuovo libro di Luciano Pignataro, Le ricette del Cilento, piccolo gioiellino e grande traccia di memoria. Del libro ne parleremo approfonditamente più in là, della serata invece ricordiamo con profondo piacere, il lungo e sentito intervento di Geppino D'Amico, l'ennesima conferma del Kratos 2006 di Luigi Maffini, l'ulteriore bella prova del fiano base di Alfonso Rotolo e la Rivisitazione della Lagana e Ceci di Cicerale (con croccante di Pancetta di Casaletto Spartano, cupolina di Manteca di Cervati manipolato alle Alici di Menaica e confit di San Marzano) opera de La Cantinella sul Mare di Villammare.
Il giorno seguente è stata poi la volta di una piacevole Notte in Bianco ai Sediari (alle spalle del Duomo di Salerno). Una nuova grande scoperta per noi è l'incontro con Andrea Centrella e il suo interessantissimo Greco di Tufo Selvetelle, un vero greco di razza, un rosso travestito da bianco, ci piace, continueremo a berne e anche in questo caso ne riparleremo sul finire dell'estate; particolamente indicata la proposta dello chef Romolo Pappalardo, spiccano di sicuro lo Sformatino di spaghetti con fiori di zucca e alici, gli Involtini di melanzane con pesce spada e la dolcissima chiusura finale con un dolce alle carote e alle nocciole di Giffoni.
Meritano una parentesi a parte nel nostro racconto le cene e le feste notturne in terrazzo di questi giorni, al fresco, con dei vini semplici ma che serviti freschi ci deliziano di piacere: Est! Est! Est! di Falesco ad esempio, ineguagliabile rapporto qualità/prezzo (non amo certi prodotti, ma quando ci inciampo dentro non posso non parlarne bene! bene! bene!). Testiamo l'ennesima sperimentazione di Stefano con un delicatissimo Risotto alla zucca e limone, poi è la volta di un'eccellente pomodorino in vetro (che verrà commercializzato a breve) con uno spaghetto di Setaro servito con un soffio di pecorino e tre foglie di basilico, ancora insalate fresche ed estive, varie quiche che preannunciano i nuovi lidi parigini per qualcuno, e mentre sta per arrivare il nuovo giorno travolti dall'impazienza proviamo il nostro limoncello che in cantina è ancora ad affinare. Quanti racconti gonfi di soddisfazione, quanti progetti, quanti voli pindarici...
Poco tempo per dormire! Si fugge a Cava de' Tirreni a Santa Maria del Rifugio per fare tappa quie poi passare ad una lauta cena da Pappacarbone a base di More Maiorum 2001. Buonissimo il Pacchero di Vicidomini, l'Hamburger di tonno e una piacevole sfogliatina finale offerta dalla casa.
Passa qualche ora et voilà siamo già a domenica, ora di pranzo, Sorbo Serpico. Infinita soddisfazione è ciò che abbiam provato da Marennà: vento, materiali, dettagli. L'esperienza merita un secondo post esclusivo quale ripasso e integrazione a ciò che Riccardo Vecchio ha scritto un mesetto fa, ragion per cui non vi anticipo nulla!
Il modo migliore per chiudere queste righe è senza dubbio il sorbetto al limone della Villa Comunale di Salerno: tutto cambia nel mondo, tutto si evolve e diventa un po' global, ma lui resta uguale, inamovibile, con lo stesso gusto di sempre, nello stesso chiostro, preparato con gli stessi limoni di quando la nonna ci accompagnava da piccoli. Son sicuro che qualcuno capirà e apprezzerà.
Questo secondo noi è il modo ideale per concludere uno splendido week end.

Giacinto Chirichella

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venerdì, marzo 30

Il Giardino della Minerva

Non ho mai avuto troppa passione per le stagioni piene. L’estate o l’inverno. La mente ed il corpo si inebriano, al contrario, nei periodi che le precedono: primavera e autunno. Parafrasando Heidegger ritengo che le mezze stagioni conservino in esse apertura. Siano predisposte, cioè, all’alternanza di luce e ombra necessaria affinché si possa lasciar lavorare la fantasia. Condizione pre-cedente al troppo caldo o al troppo freddo. Condizione misurata che allontanandosi dall’eccesso, dal "troppo", garantisce il nascere, il sorgere, il verificarsi, l’accadere dello sguardo interiore. Tutto sta nello sguardo. Come dire di preferire osservare una donna che lasci intravedere la sua nudità (celata – vedo-non vedo) anziché guardarla (troppo) nuda nella sua totalità. Casca tutto, no? Tutto finisce, si esaurisce in fretta. Questo arduo preambolo per arrivare a parlare di un luogo, Il Giardino della Minerva, ancora forse poco metabolizzato dai cittadini salernitani, ma anche da tutti coloro abbiano o abbiano avuto modo di passare un po’ di tempo nel nostro territorio o, perché no, in Costiera Amalfitana. Potremmo dire (anzi lo diciamo proprio) che la città di Salerno apre, inaugura la Costiera (se venite da Sud, se da Nord la conclude) e sarebbe un peccato non preventivare una sosta in questo luogo meraviglioso. Ci agganciamo a quanto scritto in precedenza sulla Scuola Medica Salernitana. Il Giardino, infatti, fu l’orto botanico della Scuola ed in esso erano coltivate alcune delle piante da cui si ricavavano i principi attivi impiegati a scopo terapeutico. Esso si trova nel cuore del centro storico di Salerno e sin dal secolo XII fu proprietà della famiglia Silvatico. A partire dal primo ventennio del 1300 il maestro Matteo Silvatico vi istituì un giardino dei semplici, antesignano di tutti i futuri Orti Botanici d’Europa. Nel novembre del 1991 fu presentato un progetto di restauro che sistemò il Giardino e lo rese fruibile a tutti, preservando elementi architettonici che sono databili tra il XVII e il XVIII secolo. L’opera più importante di Silvatico fu l’Opus Pandectarum Medicinae, manoscritto dedicato al re di Napoli Roberto D’angiò. Si tratta di un lessico sui semplici di origine vegetale. Di essi si parla per elenco di sinonimi (arabi, latini e greci), se ne descrive la morfologia desunta da autori illustri fino ad arrivare alle proprietà terapeutiche. La terapeutica salernitana si fonda essenzialmente sulla dottrina dei quattro umori, basata a sua volta sulla teoria degli elementi. Andremo a scomodare Pitagora (VI secolo a. C.) la cui dottrina, collegata al concetto di armonia, semplicisticamente spiega come l’armonia che regge l’Universo regga anche l’Uomo, dandogli salute, turbamento e malattia. La vita è costituita da 4 elementi: terra, aria, fuoco e acqua, in rapporto alle qualità naturali dell’Universo: secco, freddo, caldo e umido. Gli umori (sangue, bile nera, bile gialla e flemma) corrispondono ai 4 elementi e ne possiedono le caratteristiche. La combinazione degli elementi determina il temperamento umano, le sue qualità mentali e lo stato di salute.

La malattia non è altro che un predominare di un umore nei confronti degli altri e quindi deve essere contrastata con un prodotto di natura opposto. Nel Giardino i vegetali sono classificati secondo lo stesso criterio usato per studiare gli umori dell’uomo. Trovata la pianta adatta e raggiunta la combinazione esatta si troverà per conseguenza il rimedio naturale più efficace. L’equilibrio sarà perciò ristabilito! E questo in verità ci piace molto. Noi del Maiale siamo convinti dello stretto rapporto che intercorre tra Uomo e Natura. Contrari all’eccesso di chimica, troppo spesso utilizzata come rimedio d’impatto al minimo malore corporale. Il fatto è che sembriamo tutti abbastanza mollicci e indaffarati, tanto che prestiamo sempre poca attenzione all’ascolto del corpo e, anziché ascoltarci ed assecondare il nostro contenitore, preferiamo prendere una pillola e via…la giornata è appena cominciata. Maledetta industria farmaceutica! Prendere una tisana o adoperare rimedi naturali significa diverse cose, oggi: essere di tendenza; concedersi un attimo di tregua; dover attendere un po’ di tempo prima di trovare beneficio e ciò si scontra con la frenesia tecnologica della sur-modernità. Se andassimo tutti più lenti, se ascoltassimo di più noi stessi (ed ascoltare – o anche auscultare – significa porsi al di là dell’apparenza ingannevole, dell’eccesso di sguardo pianificato dai governi che dispensano paliativi tecnologici come fossero noccioline) riusciremmo a stare meglio. Fare come gli antichi (scriveva Leopardi pensando al Poeta). Ritrovare la lentezza gravida di spensieratezza tipica dei bambini. Per evitare i vizi in essi sempre si ricade. Ma avevamo iniziato con lo sguardo e l’apertura. Il Giardino della Minerva è prima di tutto un piacere per gli occhi. Ci siamo andati in questi giorni primaverili di tenera brezza e sole caldo. Strutturato in terrazze che ospitano le più svariate specie di semplici, il Giardino (prima raccolta di semplici della Storia delle Scienze Mediche dedicato alla sperimentazione e alla didattica) è in questo periodo la concreta possibilità di ritrovare la propria pace interiore. Passeggiare, osservare la meravigliosa vista sulla città antica e sul mare, fermarsi a contemplare, godere il sole e la tranquillità lontani dal centro, dal caos, dalla velocità della vita moderna. Oggi alcune associazioni ed uno staff tecnico operano per la conservazione e la fruizione di questo meraviglioso frammento d’arte antica. In particolare l’associazione Nemus che ha dato vita ad una tisaneria in cui tutte le preparazioni (quasi superfluo dirlo) sono a base di erbe del Giardino.

Così abbiamo degustato, in terrazza, una squisita tisana (arancia e frutti di bosco) accompagnata da gustosi biscotti cilentani. Poco più in la una scolaresca apprendeva da uno dei soci le notizie storico-culturali di cui sopra. Il lontano brusio, il sole, il profumo ed il gusto hanno lasciato spazio allo sguardo interiore. Come dire: pacificazione. Vale la pena ricordare che due domeniche al mese l’associazione Nemus organizza pranzi in Giardino a base di prodotti tipici campani e di erbe officinali. Una particolarità sta nel fatto che alle portate sono abbinate – via il vino e l’acqua per una volta – diversi infusi preparati per l’occasione. Per informazioni o prenotazioni rivolgersi qui. Consigliamo a tutti una visita al Giardino. Quello che importa, oggi e sempre, siamo noi. Voglio dire, l’unica cosa che ci è data di sapere, scoprire e valutare siamo noi stessi. L’Uomo in rapporto col mondo. Non è difficile trovare un equilibrio. E’ facile allontanarsi dalla possibilità di poterlo fare. Salerno. Primavera. Naturalità. Pace. Sguardo interiore. Chiudere gli occhi. E una volta chiusi, chiudere ancora gli occhi.

Il Giardino della Minerva, Via Ferrante Sanseverino, 1 - 84121 Salerno
www.giardinodellaminerva.it

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lunedì, marzo 12

Regimen Sanitatis Salernitanum

Seduto a pensare. Apparentemente a nulla che riguardi ciò di cui andrò a scrivere. La gente, la società, le guerre, la televisione, la naturalità deposta, i giovani ed il futuro. Nel calendario del mese di marzo del Maiale Ubriaco c’è scritto che il 12 del mese Stefano scriverà della Regola Sanitaria Salernitana, della Scuola Medica insomma. Fin qui tutto a posto e discordia tra i pensieri inquietanti di cui sopra. Ma il punto è questo: nell’introduzione della Regola – versione italiana di Fulvio Gherli (1733) – si traccia il profilo storico dell’Hippocratica civitas (appellativo attribuito alla città di Salerno agli inizi del Medioevo proprio perché essa rappresentò un importante centro di organizzazione della cultura e, particolarmente, della medicina). Tale profilo è giustamente e verbalmente inserito nel contesto panoramatico della città, piccola perla del meridione, illustre porto e meta di tante illustri menti. Quello che io mi chiedo, banalmente anche, è quanti conoscano la storia della Scuola Medica, nonostante le frequenti edizioni sull’argomento; quanto i cittadini ritengano importante prescindere almeno un po’ (anche solo per dialogare con le proprie radici) dai principi del Regimen Sanitatis Salernitanum. Che vuol dire? Che spesso abitiamo un contenitore senza conoscerne il contenuto. Che guardiamo la TV e dibattiamo delle più disparate problematiche, rimanendo però delocalizzati, come appesi a mezz’aria. Lo sguardo è orizzontale e non volge altrove. Più in alto, indietro, indietro nel tempo. A quando la città si fondò e il Medioevo le diede l’appellativo di Hippocratica Civitas (ep pure tutti guardano inebetiti questa parola impressa sugli stemmi comunali). Salerno come centro di organizzazione della cultura, particolarmente nel campo della medicina. La Scuola Medica rappresentò il pensiero scientifico dell’Occidente e dell’Oriente europeo, col quale la vicina repubblica di Amalfi ebbe rapporti intensi, e non soltanto di natura commerciale. Una leggenda attribuisce la fondazione della Scuola ad un Latino, un Greco, un Arabo ed un Ebreo. Quello che ignoriamo è invece il periodo esatto in cui essa ebbe origine. Nel suo massimo periodo di splendore la Scuola diventò celebre in tutto il mondo. Allievi provenienti da ogni regione vi conseguivano la laurea, potendo così esercitare la loro professione. Allo stesso modo alla Scuola giungevano i pazienti, compresi i reduci dalle Crociate che si recavano a Salerno per farsi curare ferite e malattie. La Scuola fissò la propria dottrina in un documento letterario di fondamentale importanza, il Regimen Sanitatis Salernitanum, poema didattico contenente prescrizioni dietetiche e consigli per la prevenzione delle malattie. E questo ci piace e ci incuriosisce. Il documento letterario è in sé una raccolta di aforismi. Consigli medici che vedono la naturalità del rapporto uomo-corpo alla base di una sensibilità medica oramai lontana, sottratta, dimenticata, soppiantata dalla chimica medicinale, dalla tecnologia, dalle pillole per il mal di testa (immediata risoluzione del dolore), dal rumore delle macchine di una palestra. Scoprire il Regimen Sanitatis significa recuperare il rapporto con il corpo, leggere se stessi all’interno del cosmo ed in rapporto con esso. Poi, e cosa per noi più importante (e conseguenza diretta), ritrovare tutti i benefici delle sostanze naturali; i frutti della Terra armonicamente aiutano a migliorarci e sa tanto di comunione, di riconciliazione…a costo di essere mielosi e banali! Scorrendo le pagine del Regimen troviamo tutti i rimedi naturali per depurare il fisico, per mantenere questo rapporto di attenzione (diremmo oggi) con la Natura.
Il porro che rende feconde le fanciulle; il Pepe nero che giova ai dolori di stomaco e alla tosse; Aglio e Ruta, Rafano e Noci contro i rei veleni. Scegli per abitar l’aere che sia Lucido, non di nebbia oscuro intorno, non di vapori impuro. L’eccesso di vino che conturba la voce chiusa tra le rauche fauci. Leggere il Regimen è interessante, divertente e concilia la volontà di volgere gli occhi alle proprie radici. Tradotto in tutte le lingue a partire dal XVI secolo potrete trovarlo con poca difficoltà in giro per la rete. Diverse librerie antiquarie ne posseggono qualche copia e non è complicato riuscire a trovare anche una moderna edizione. Per approfondire l’argomento e leggere alcuni aforismi potete andare qui e anche qui. Naturalità. Corpo. Mente. Uomo. Equilibrio. Ne parleremo ancora.

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