martedì, gennaio 20

Scorribande pugliesi: il Maiale è ciò che mangia!

Il Maiale Ubriaco riapre i battenti.
Quando mai li aveva chiusi. Magari accostati. Ma capita, è capitato e capiterà ancora immagino. Credo sia un colorarsi di verità, come dire: ogni tanto i panni si accumulano in un cesto di canapa perchè hai altre priorità e cose da sbrigare. Il Maiale è sempre ubriaco, non è a stecchetto e gode di ottima salute. Essendo una casa, credo pure accogliente, qualche volta si accumula un pò di polvere; ma eccoci pronti con stracci e ramazza a dare una bella lucidata. Lo facciamo subito e con tanta voglia di raccontarvi una bella storia. Questo capodanno il Maiale è scappato in Puglia, poco lontano da Taranto nel nord del Salento. L’idea era maturata già in giugno, dopo aver conosciuto Nora e Ciro i quali mi avevano invitato a trascorrere un po’ di tempo a casa loro. Due amanti della cucina tradizionale, ottima cuoca lei splendido ed istrionico lui che s’è fatto da solo producendo con orgoglio il proprio olio ed imparando sul campo e sui libri a capire (ma direi meglio “interiorizzare”) che la cucina è cultura e che la cultura non è mai quantità ma qualità. Son partito di buon mattino il 30 dicembre attraversando nel sole il pezzo di strada che porta la Campania a congiungersi con la Basilicata per arrivare così a Taranto intorno a mezzogiorno. Un viaggetto in macchina molto rilassante, con una buona colazione alle spalle e musica diffusa a cullare i pensieri. Sono di quei viaggi che adoro, perché te ne stai in silenzio per qualche ora, giochi con le idee e attendi quello che dovrà venire e di cui hai solo un piacevole profumo intorno. Al mio arrivo è stata subito casa, subito pace, subito piacevolezza. Questo è un resoconto di viaggio, di viaggio dentro la cucina, dentro la storia ed il recupero della memoria. I miei amici hanno accolto il Maiale con la bellezza e l’amore che solo la semplicità può regalare. Perché semplice per noi, e lo sapete bene, è sinonimo di raffinatezza, di gusto. Da dove comincio? Dalla purea di fave cotte al fuoco con le cipolle di Tropea e poco aceto e misticanza di campagna? Dalle orecchiette fatte a mano dalla dolcissima Grazia con le rape? Dalle discussioni interminabili sulle due qualità di olio, il Coratino e il Frantoiano? O, se preferite, dalla pasta pomodorini, porcini e ventresca di tonno. E la pastina col sugo di baccalà dove la infiliamo? E i carciofi fritti e ricotta fresca? Sulla ricotta forte aprirei un blog o un forum ma il rimando a Wikipedia può bastare!

Il sugo di carne cotto al fuoco con diaframma di vitello e agnello è "una mazzata dietro la testa", come si dice dalle mie parti! Prendete questi piatti, consegnateli nelle mani di due cuoche che conoscono il valore della cucina popolare, profumate l’atmosfera di una più che piacevole e colta compagnia, bagnatevi le labbra di miscele di amabile e primitivo, quindi: otterrete un’esperienza da tramandare! Il che su queste pagine resta povera cosa, dovete fidarvi o comunque affidarci voi ed io alla vostra sensibilità. Sono certo, chi un poco conosce il Maiale Ubriaco, che saprete comprendere bene di cosa sto parlando. Non posso dimenticare gli altri commensali e le origini partenopee di alcuni di essi. La cassata di Scaturchio me la sogno la notte e la fusion (per usare un termine contemporaneo) che creava, l'amalgama coi sapori di quel pezzo di Puglia, signori miei parole per descriverlo non ce ne stanno! Altro capitolo sono state le pettole col vin cotto. Un’esperienza meravigliosa e da ripetere intorno al fuoco di un camino. Le boccate d’aria tra un pasto e l’altro fuori la casa, nell’aria fredda, davano il tempo di riflettere su quello che stavo vivendo. Bisogna credere nelle cose per dargli il giusto peso. L’uomo è ciò che mangia, l’abbiamo scritto. L’alimentazione è un modo ed un luogo complesso e denso di significato nella costruzione dell’identità culturale dell’uomo. Siamo ciò che ingeriamo, diceva Feuerbach. Un po’ complicato parlarne, ma il sapore di ciò che vi ho appena raccontato sta tutto in queste parole. E per noi del Maiale diventa importante nella misura in cui desideriamo trasmettere certi valori. Ricordarli, passarli, tenerli sempre vivi. Ho finito, ce l’ho fatta, sono stato anche breve (?!). Ci rivediamo presto perché ho voglia di scrivere di uno dei piatti di cui abbiamo parlato. Buona settimana, buona continuazione e lunga vita.

Dedicato allo Gnuro, Ciro & Nora, Grazia, Raffaele, Roberto & Simona, don Mario, Chiara & Alessandro .. e alla piccola Seri*


Stefano Tripodi

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lunedì, settembre 1

Il Maiale ubriaco incontra i produttori di Provolone del Monaco


Questo è il post di fine estate!
Buon lunedì e buon inizio settembre. Agosto si è chiuso silenzioso dietro tende bianche e risvegli all'alba. La voglia è di iniziare col piede giusto, l'adrenalina è a 1000 mentre fervono i preparativi per la partenza. Roma mi attende, intanto scrivo da casa dei miei dove sono cresciuto, Parigi mi manca e Milena è nuovamente lontana in cose d'arte indaffarata. Sono qui per raccontarvi - ve l'avevo promesso - del mio piccolo giro in Penisola Sorrentina su per le colline alla ricerca dei produttori di Provolone del Monaco. Sono ormai 3 anni che mi concedo qualche settimana di agosto a Sorrento. Il mare e il pesce, i limoni e il sole. La Terra, i prodotti, il vino e lo sguardo sempre volto al golfo di Napoli. In verità amo di più Piano di Sorrento, la vista che si gode da Villa Fondi mi apre il cuore, come scrutando più in basso, tracciando una verticale fino a toccare la spiaggia. Tra una pizza al forno a legna, una grigliata di provola e limoni e piante di basilico grosse come alberi abbiamo intrapreso il nostro giro su per i paesini frazioni di Vico Equense. Siamo partiti presto al mattino dopo una buona colazione. Da Sorrento conviene dirigersi verso Seiano, quindi prendere la strada per il Monte Faito. Ci sono strade più brevi dall'interno ma pare che siano a strapiombo e prive di protezione. Ci hanno detto che solo i contadini sanno percorrerle al meglio. Prima tappa Arola, dove abbiamo visitato il piccolo e delizioso caseificio Gustami Staiano Antonio di Casa Paola. Qui siamo stati accolti con gentilezza e luccichio d'occhi. Abbiamo avuto l'onore di assaggiare la ricotta ancora calda, i preziosi caciocavalli per i quali il caseificio ha preso la DOP e i famosi diavolilli, minute provolette ripiene di un'oliva piccante e profumata. Si cucinano spaccati in due sulla brace avvolti da foglie di limone.

Sono 60 anni che la famiglia Staiano lavora artigianalmente i propri prodotti, 60 anni di risvegli notturni coccolati dal mare che si affaccia in casa dalle finestre o dal ballatoio. Quello che ci ha colpito è stata la bontà del cuore ritrovata negli occhi. La gentilezza e le parole di chi sente di fare una cosa bellissima. I prodotti sono tutti realizzati con latte vaccino della zona. La distribuzione è solo Napoli, ci hanno detto. Ma vale la pena. credete, arrivare fin lassù. Andiamo via tra strette di mano e promesse di risentirci. Prossima destinazione Moiano. Il caseificio La verde fattoria del monte comune della famiglia Albano è una realtà più grande rispetto a quella di Arola. Incontriamo la signora Barbara che ci apre le porte ad una spettacolare visita fin dentro le celle di maturazione del provolone. E qui incontriamo il nostro Monaco. Finalmente possiamo degustare uno dei più pregiati prodotti della Penisola Sorrentina. La produzione del caseificio è di circa 50 pezze al giorno. Qui la DOP è proprio per il provolone, che viene realizzato dal 1855 con il latte delle vacche di razza agerolese, alimentate dal fieno raccolto ad inizio primavera sui Monti Lattari. L'Agerolese rischia l'estinzione. Questo problema sta alla base di tutti gli sforzi volti alla salvaguardia e alla valorizzazione degli allevamenti, proprio perchè specifiche indagini organolettiche provano che il formaggio fatto con questo latte ha caratteristiche uniche. Ora credetemi se vi dico che mangiare una mollica di provolone appena tagliato è una sensazione di indescrivibile gusto. Boccone dopo boccone è rivivere un pezzo di storia della produzione casearia campana. Ma perchè questo provolone è detto del Monaco? Diverse sono le leggende e quella che noi accreditiamo riguarda la somiglianza delle bisacce usate per il trasporto del provolone [che aveva mercato solo a Napoli ad inizio secolo perchè troppo caro] con quelle comunemente portate dai frati per la raccolta delle offerte. Il Provolone del Monaco viene prodotto esclusivamente nei Monti Lattari da ottobre a maggio. Le stagionature tipiche sono a 4, 7 e 9 mesi. Una pezza di provolone parte da un peso di 3 Kg fino a raggiungere gli 8 kg. Dobbiamo anche ricordare che di recente Slowfood con Carlo Petrini ha creato un presidio sul Provolone del Monaco nell'ambito del progetto Arca. E siamo alla fine della nostra storia. Ringrazio la signora Barbara la cui gentilezza e il cui sorriso ricorderò sempre. Dobbiamo tanto a persone come queste la cui passione ci permette di avere produzioni eccellenti. Persone il cui impegno tiene viva un'antica tradizione. Sulla via del ritorno, ripercorrendo la strada attraverso i paesini fin verso Sorrento, abbiamo deciso di concederci un'altra breve sosta. Prendendo la strada per Santa Maria del Castello si arriva a quello che è chiamato il Sentiero degli Dei. Non perdete il prossimo post. Insieme ad una squisita ricetta a base di limoni e Provolone del Monaco parleremo anche di questo. Vi aspetto!
Stefano Tripodi

Caseificio "Gustami Staiano Antonio"
Via Raffaele Bosco, 826
Arola - Vico Equenze (NA)
Tel. 081 8024047
081 8024203
Caseificio "La verde fattoria del monte comune"
Via Sala, 24 Moiano - Vico Equenze (NA)
tel. 081 8023095 Fax 081 8023729

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giovedì, gennaio 31

Quando il maiale è in viaggio: Bath

Allora eccoci. Come anticipato pochi giorni fa il maiale per questa settimana resta in Inghilterra. Fra splendide giornate di sole, una temperatura alquanto pungente e tanta voglia di starsene un po’ tranquillo, lontano dal trambusto della vita quotidiana, il maiale gironzola attraverso il countryside inglese, guarda, esplora, si incuriosisce, banchetta. Questo maiale cosi legato alle sue cose, un po’ sulle sue, a volte impacciato, comincia ad ambientarsi e riesce a stare bene proprio dove e quando non te l’aspetti. Poi devo essere sincero (penso chi mi conosca oramai l’abbia percepito) la vita da queste parti comincia a piacermi; c’è un ritmo diverso, più pacato in cui ti puoi prendere tutto il tempo che vuoi, guardarti intorno, vivere le cose, le diversità…la località.
Prima tappa ufficiale del maiale in veste “british” è stata Bath, antica città romana di grande bellezza, enorme fascino e cuore di un’ Inghilterra d’altri tempi, legata al passato, alle tradizioni e alla bella vita. Inizia Venerdì sera la nostra passeggiata e dopo essere stati in albergo (un piccolo appartamento nel cuore della città) per mollare i bagagli, io e la mia amata ci incamminiamo verso il centro. Un groviglio di vicoli, sottopassaggi, piccole piazze ci accolgono e ci coprono dal freddo. La passeggiata è breve, riconosciamo subito il ristorantino di cui tanto avevamo sentito parlare; fa fresco fuori, non esitiamo un attimo, uno sguardo e decidiamo, si entra! Fishworks è una pescheria, aperta giorno e notte che ha una caratteristica particolare; oltre a vendere del pesce freschissimo, di alta qualità e soprattutto locale, ha giusto qualche tavolino, nascosto giù in fondo, attorno al quale ci si può sedere e farsi una vera e propria “scorpacciata” di pesce. Noi abbiamo dovuto provare, accertarci che non si trattasse delle solite dicerie e menu alla mano siamo passati da un’aragosta con patate ad una grigliata di pesce misto (sgombro, gamberi, merluzzo, tonno, salmone) passando per un’insalata greca di finocchi ed una gustosa zuppa di granchio. Il tutto innaffiato con del buon vino bianco locale (eh si perché pure questo si trova qui) ed una fresca limonata. Soddisfatti, satolli e di buon umore abbiamo fatto due chiacchiere con il proprietario che con orgoglio ci ha raccontato la storia del suo oramai famoso locale. Non ne parlo qui, sarebbe dura, ma vi dico che per approfondimenti potete saltare su questa pagina (ammirate).

L’indomani colazione da Sully Lunn’s, piccola e accogliente sala da the, in piedi da più di trecento anni e gestita da una famiglia francese. Poi visita al mercato dei produttori locali e dulcis in fundo, lunga pausa in uno dei negozi più belli che abbia mai visto da quando sono qui. Paxton & Whitfiel è un’antica bottega di formaggi specializzata in prodotti locali. Formaggi inglesi d’ogni tipo e poi biscotti, erbe aromatiche, vecchi taglieri di legno, ceste di paglia; sembrava essere entrati in un altro mondo, lontano dal resto, proprio come sognavo di fare da un po’, per giunta accolti e coccolati dall’anziano proprietario e coinvolti da tutta la sua passione per la buona tavola. Si è fatto tardi, devo andare. Vi lascio cosi, in questa piccola bottega d’altri tempi, in questa città incantata, con la speranza che un giorno possiate passarci e ricordare. Questo è quanto. Un saluto dal maiale.

Remo

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lunedì, novembre 26

Sono porci questi Maiali!

Week end lungo per il Maiale e ghiotta verticale in quel di Roma, precisamente presso i Castelli, dove in un lungo pomeriggio si è consumato il pranzo pittorico e una grossa sbevazzata. Ghiottissimo appuntamento, dunque, al quale, oltre me e Remo, hanno partecipato nell’ordine la mia signora scesa da Parigi e due amici dal giusto appetito. Così ben assortiti sabato mattina siamo partiti, destinazione Ariccia, mentre un cielo incerto, poca pioggia e una schiarita tardo pomeridiana hanno colorato la giornata di fitte foglie autunnali. Poco più in la di Palazzo Chigi, all’ombra della piazza e in un apposito slargo, le Fraschette ci hanno accolto deliziandoci coi loro profumi e la rinomata bontà. L’idea era quella di compiere più tappe, quindi più assaggi. In pieno stile Maiale Ubriaco avremmo consumato qui e là, tra calici di rosso, occhi lucidi e naso ciliegia. Poi l’attenzione è cascata su di una delle Fraschette, la prima arrivando dalla piazza, la Locanda del Brigante Gasperone. Una volta entrati – saranno state le 14,30 – ne siamo usciti che era già buio, soddisfatti e satolli. Qui, seduti su panche e apparecchiati su tipici tavoli da taverna, abbiamo dato sfogo alla nostra goliardia mangereccia, chiedendo all’oste di fare lui a suo buon gusto e ordinando vino con rilassata allegria . E questo vino, molto onesto e da bere ci è parso. Un novello di Ariccia, Fontana di Papa, Tentazione d’Autunno che scendeva, tra i pasti, regalando calore, gioia e armonia. A me e Remo capita spesso di incontrarci per brevi periodi, quando lui riesce a tornare in Italia ed io sembro trovarmi nel posto giusto. Questi attimi, conditi di rossa brezza, tengono vivo un rapporto, in alcune particolari sue sfumature che spero il mio compare percepisca parimenti.
Le danze, dal Brigante, si sono aperte con un antipasto misto composto dalle seguenti portate: mozzarella di bufala romana, porchetta, mortadella di cinghiale (buonissima), prosciutto e salame, pane casereccio e altri diversi intingoli squisiti che il vino – non me ne vogliate – mi ha fatto dimenticare. Il trionfo tra i primi lo ha raggiunto la polenta al sugo di cinghiale che, per forza, ha messo buona base per bere e mangiare ancora ed in quantità. Quando i secondi sono arrivati credo fossimo rimasti soli nella locanda. L’intimità, allora, si è fatta più forte. Quattro chiacchiere col locandiere ed un simpatico siparietto ad opera d’un tale che ha fatto ingresso recando con se una grossa stampa su tela raffigurante, mi pare, una battaglia. Abbiamo continuato con: spiedini di pecora arrostiti, salsicce e bistecche di manzo, cicorietta selvatica con salsiccia, scamorza ai ferri prosciutto e funghi porcini. Quello che mi preme sottolineare è la poesia del clima tutto intorno; quel senso di pienezza non solo di pancia che accompagna ed allieta momenti come questo. La schiettezza, la genuinità dei prodotti, la bontà del cucinato sono – e lo sapete – gli ingredienti necessari per gestire un’allegra compagnia di amici affamati, buongustai, amanti del poco e del bello, contenti d’essersi trovati ed insieme raccontati e rallegrati. Assente ma presente il nostro Giacinto, abile novelliere di vini e di vigne. A lui numerosi e goliardici brindisi si sono rivolti nella pienezza degli animi. La splendida cornice dei Castelli, che più tardi abbiamo ammirato passeggiando, ha confezionato insieme alla calda ospitalità del Brigante Gasperone e alla sua buona ed onesta cucina, un altro piccolo istante di memoria da aggiungere al già grosso fardello dell’Ebbro Suino. In ultimo, una pausa dolce al forno Cioli di Simona Galieti. Proprio in piazza, ad Ariccia, una piccola oasi d’altra semplicità e genuinità dove gustare ciambelle, tozzetti, crostate, pangialli e squisiti biscotti. Ad onor del vero non posso dimenticare che l’oste del Brigante non ci ha lasciati andar via senza prima omaggiarci di alcune ciambelline al vino e pure una buona – ma buona! – bottiglia di grappa. Giornata egregia dunque e di allegra brigata, tanto da dirla e cantarsela in coro: sono porci questi Maiali!

La Locanda del Brigante Gasperone
via B.go San Rocco, 7 - 00040 - Ariccia (RM)
Tel. 06 93 33 100
Cell. 339 7348291
Dolci Cioli
Piazza di Corte, 9 - 00040 - Ariccia (RM)
Tel. 06 93 32 181

Stefano Tripodi
fotografie: Stefano Tripodi & Remo Morretta

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martedì, settembre 4

Scampoli d'estate e brandelli di fine stagione!

Inizio a buttar giù queste righe non prima di aver stappato l'ennesima bottiglia di negramaro a farmi compagnia!
Il racconto dei nostri giri in lungo e in largo era iniziato qui a fine luglio. La storia però continua adesso, con un viaggio che dura più di tremila chilometri ed è lungo due settimane, tre giorni e qualche ora. Un tragitto Campania, Calabria, Puglia e ancora Calabria che conta per ben quattro volte il passaggio in terra lucana.
Ci spostiamo mentre le fiamme invadono l'Italia e sotto i nostri occhi questa volta lo stivale brucia per davvero. Non si tratta di un effetto mediatico e non c'è un filo di esagerazione in ciò che si sente in giro, anzi, la tristezza per ciò che accade va ben oltre le previsioni, del resto non c'è pezzo di A3 in cui i tristi segni non siano ben visibili e in almeno quattro circostanze incontriamo anche le fiamme.
Ma andiamo oltre, perchè il nostro agosto passato tra le Murge, il Salento e Vibo Valentia è fatto di incontri e bevute, di assaggi e scoperte, di chiacchiere e sole. Un salto ad Altamura e al panificio Di Gesù, dove spezziamo la fame di un tardo pomeriggio con un po' di pane e un biscotto donatoci dal proprietario, prima di far tappa alla pasticceria Fieschi dove facciamo la conoscenza di Francesco (chef, appassionato di vino e ragazzo davvero in gamba!); la zona di Castel del Monte con la visita a Cefalicchio, la piacevole chiacchierata con Nicola Rossi e la bella scoperta del Nero di Troia; la giornata trascorsa ad Alberobello, le camminate tra i trulli e un deludente pranzo con le mosche; l'incontro a Taranto a casa di Gianfranco Fino con il suo straordinario Es 2006 da poco imbottigliato; il folklore baroccheggiante della bella, piccola e antica Martina Franca; le viuzze del centro di Manduria, la Locanda Ti Lu Tuguriu e ancora Gaetano Morella, Luca Attanasio, Alessandro Carrozzo.
Ovviamente primitivo e negramaro come se piovesse...
Di questo viaggio salentino ricorderemo la vite, presente ovunque, quale simbolo della storia contadina di queste terre pugliesi, ma ancor di più le vecchie vigne ad alberello (trentenni, cinquantenni e ottantenni), traccia inequivocabile di una storia antica che grazie all'intuizione di uomini coraggiosi come Cosimo Taurino, si racconta nel resto del mondo e pian piano inizia a dare i suoi frutti.
Le piante di ulivo secolari e il preziosissimo olio dai toni cromatici spiccatamente verdolini; i muretti bassi che fiancheggiano le strade, presenti praticamente ovunque, segno di profonda e garbata civiltà; i buoni rosati bevuti qua e là; le tante visite alle cantine sociali.
E' stata l'estate dell'afa implacabile e dello scirocco notturno, dell'uva mangiata in spiaggia e della ricerca disperata di un oste con del cirò rosso sfuso, delle bevute a fiumi di latte di mandorla e dei pranzi conviviali e luculliani come quello a Lu Cannizzu, sul mare di Porto Cesareo.
Di queste e di altre storie andremo a narrarvi nei prossimi giorni e mentre Mauro lancia il prossimo Vino dei Blogger con i Grandi Vini da Piccole Vigne riprendono le nostre cene serali bevendo i vini semplici, umili, fedeli e no global di Carrozzo, vini che parlano dialetto salentino stretto.
State bene.

Giacinto Chirichella

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giovedì, agosto 30

Scorribande d'agosto: Scario e la spiaggia dei Francesi

Conosco Remo da dieci anni.
Da circa sette o otto frequento Scario, dove lui è cresciuto d' estate e dove il mare è sembrato avergli dato la vita. Come per me Maratea, Scario è per Remo il passato tenerissimo e indelebile dell’infanzia e tutte le suggestioni profonde e interiori che un pezzo di costa come quello può suscitare.
Anche questo agosto la nostra verticale è avvenuta laggiù. Dopo esserci visti furtivamente nel periodo natalizio siamo riusciti ad incontrarci e a passare qualche giorno insieme. Avevo appena messo online il post delle “buone vacanze”, ho caricato la macchina e sono partito. Abbandonati in fretta gli orrori della Salerno-Reggio Calabria, prestissimo sono sprofondato in un soporifero viaggiare, lento e sotto i 100, cullato dal paesaggio e da poca musica in diffusione. E’ sorprendente come certi luoghi e certa aria siano in grado di generare una sensazione di benessere progressivo; sensazione che è quasi vicina agli ultimi attimi prima del prendere sonno. Scario è un piccolo paesino del Golfo di Policastro [Parco del Cilento (SA)] e, ironia della sorte, dal mare del porto, di fronte e all’orizzonte, si vede Maratea. La natura carsica delle rocce fa si che il mare sia uno dei più limpidi della zona, ricco di sorgenti d’acqua dolce. Per raggiungere le spiagge è necessario prendere una barca o i “barconi”, traghetti del mare che salpano dal mattino sino al tramonto. La vista della costa è spettacolare. Onirica e dolce. Chiunque sia legato affettivamente ad un luogo può capire quali sensazioni sto cercando di portare alla mente.
Il nostro racconto comincia qui. Di buon ora prendiamo una barca in affitto ed usciamo dal porto. Superando i barconi e cavalcando le onde arriviamo all’ultima spiaggia, quella meno affollata, quella più estrema, situata giù a picco, sotto i costoni rocciosi della Ciolandrea: la spiaggia dei Francesi.

Poco più indietro, alle spalle del bagnasciuga, coperto da una piccola radura, sta un rudere, una bicocca abitata da un pastore. Tutti i giorni, Saverio, scende a piedi dal monte giù in spiaggia. Prepara spianate di formaggi di capra, pane fresco, salumi, e a richiesta indimenticabili grigliate di carne. Tutti i prodotti, vino compreso, sono fatti da lui. Sotto un grande albero ha sistemato alcuni tavolacci di legno, illuminati, alla sera, da lampade a gas legate tra i rami. L’atmosfera è di estrema semplicità e convivialità. La bellezza è arrivare laggiù, bagnare le membra e passare qualche ora in sua compagnia, mangiando e bevendo, sentendolo suonare la fisarmonica, godendo la pace. La gente, attirata dal suono, pian piano si lascia portare, abbandona la spiaggia per venire a ballare. Sono volti tipici, bruciati dal sole; o incuriositi, delicati e gioiosi. Non nascondo che per molti è diventato un appuntamento fisso. In tanti, come in gara, prenotano grigliate o forme intere di formaggio, poi vino e lambiccato.

Saverio scruta la mia macchina fotografica. L’invadenza del mio obbiettivo gli da i nervi. Il gap è: fotografare e scrivere di un posto e di un’umanità perché se ne serbi il rispetto e il ricordo; rischiare di distruggere l’equilibrio del tutto per l’eccesso di pubblico. Ma il Maiale conosce i suoi polli. Evitando informazioni che potreste reperire ovunque, quello che qui preme è raccontare ancora una volta un’umanità e una Natura. Dalle rughe del volto di questo meraviglioso pastore, alla bontà dei suoi prodotti serviti con semplicità ma con gusto su taglieri di legno, quello che ne viene fuori è che a volte ci sono cose che non hanno prezzo. Che non possono essere commercializzate. Vendute. Saverio e la spiaggia dei Francesi non sono nessun pacchetto turistico. Se vi capitaste, abbiatene cura. Viceversa distruggereste un equilibrio fatto di gesti, di uomini, di prodotti, cose e occhi che meritano rispetto per tutto quello che danno. Dietro la vita di tutti i giorni, dietro la routine, dietro discussioni e nevrosi, ci sono momenti come questo. Tutti, prima o poi, trovano un momento simile. Un istante in cui chiudere gli occhi e provare a pensarsi. Un attimo di pace fatto di cose buone e uomini buoni. Magari un po’ burberi, ma buoni come il pane. A noi importa potervene raccontare i frammenti. E suggerire, a chi potesse, di fare un salto giù ai Francesi. Magari in settembre. Quando l’acqua sembra cristallo e Saverio è ancora lì ad aspettarvi.

Arrivati a Scario, dirigetevi verso il porto.
Prendete uno dei barconi che raggiungono le spiagge.
[costo a persona: 5,00 euro andata & ritorno]
Una volta a bordo chiedete di scendere alla spiaggia dei Francesi.
Qui chiedete di Saverio...oppure seguite la musica.

Stefano Tripodi

fotografie: Stefano Tripodi & Remo Morretta

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